Il virtuoso impianto di bio-fitodepurazione di Melendugno (Lecce) raccontato dal dott. Gianluca Marotta, Responsabile Scientifico della Legambiente di Maruggio

Pubblicato il 26 novembre 2016 ore 07:18 da Gianfranco Cipriani

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L’impianto di bio-fitodepurazione di Melendugno (Lecce) è un’esperienza pilota nel campo della gestione delle acque in Puglia. Mira a coniugare l’esigenza della depurazione e dello smaltimento delle acque reflue dei Comuni di Calimera, Martignano e Melendugno, con quella della riqualificazione ambientale e dell’arricchimento eco-paesaggistico regionale.

L’impianto di fitodepurazione di Melendugno, con il suo attuale potenziale di 21.250 AE (abitante equivalente), è alimentato dalle acque provenienti dall’impianto di depurazione a servizio dei Comuni di Melendugno, Calimera e Martignano. La struttura si estende su di una superficie di 8,3 ha, di cui 5,1 ha occupati dai bacini ideati in modo tale da permettere lo scorrimento spontaneo delle acque attraverso una fitta vegetazione palustre; lungo il tragitto l’acqua viene depurata dai molti inquinanti organici.

“L’acqua potabile è un bene prezioso, utilizzarla in modo corretto ed adeguato è qualcosa di estremamente importante“. Come ogni risorsa presente sul nostro Pianeta ha un ciclo di vita caratterizzato da un inizio ed una fine. La depurazione è una delle tecniche principali da adottare prima di parlare di acqua potabile. Oggi vi vorrei parlare di “Fitodepurazione”, processo autodepurativo naturale che avviene nelle zone umide naturali – ecosistemi ad elevata produttività biologica – in grado di “abbattere” il carico organico (B.O.D) .

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L’acqua reflua prima di essere indirizzata nella vasca di ingresso, in cui avviene il Trattamento Primario viene filtrata attraverso un sistema di grigliatura. Quello che si fa è separare dalla matrice acquosa tutte le sostanze solide (plastica, carta, fazzoletti ecc..) che spesso finiscono nelle tubazioni fognarie. Giunta nella vasca di ingresso si avvia la fase di Trattamento Primario. Lo scopo è andare ad abbattere circa il 30% di materia organica. Spesso avviene una separazione meccanica tra i materiali grassi e oleosi, più leggeri che vanno in superficie e i materiali grossolani, i quali essendo pesanti tendono a decantare sul fondo.

25112016_4[in foto: Trattamento PRIMARIO]

Nel Trattamento Secondario spesso si utilizzano gli impianti a fanghi attivi (costituiti da due vasche). In questi impianti viene abbattuto l’ulteriore 70% di materia organica. Nella prima vasca lo scopo è quello di far avvenire la decomposizione della sostanza organica in presenza di microorganismi opportuni (batteri) che fungono da catalizzatori. Per favorire tale reazione nella vasca viene pompata aria ricca di ossigeno, necessario per la decomposizione. Successivamente nella seconda vasca dell’impianto a fanghi attivi l’acqua tende a decantare, cioè tutta la parte di sostanza grossolana e di particolato si deposita sul fondo. Tale sostanza(fango attivo), contiene batteri, i quali in parte saranno scaricati e in parte ritorneranno nella prima vasca in modo tale da avere sempre una produzione costante di fango. Alla fine si avrà acqua in cui la sostanza organica è stata ossidata, ma sono presenti composti contenenti azoto e fosforo.

25112016_5[in foto: Trattamento SECONDARIO]
25112016_6[in foto: Fanghi]

A questo punto entrano in gioco le piante, necessarie per portare avanti il processo di fitodepurazione. Tra le più note troviamo la Cannuccia di Palude (Phragmites australis). L’acqua pretrattata viene inviata in sistemi a flusso superficiale. Sono costituiti da vasche o canali a bassa profondità al cui interno vengono fatte crescere piante galleggianti oppure piante radicate emergenti o sommerse. In tali sistemi l’acqua è fornita solitamente in continuo e il trattamento comincia non appena il suo lento flusso attraversa gli steli e le radici delle piante emergenti.

25112016_7[in foto: Bacini a flusso superificiale]

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